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Is The Lazarus Project Coming Back?

Season 2 of the sci-fi thriller premieres on TNT in the United States on Sunday, June 9. But there's a catch.

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  • The Lazarus Project
  • TNT

















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CONSENTITE AI CATALANI DI VOTARE

Questo è il manifesto firmato da 6 premi Nobel e altre 50 personalità come Yoko Ono Lennon, Peter Gabriel, Andrea Camilleri, Éric Cantonà.
 
Foto: Andrea Camilleri



LETCATALANSVOTE.ORG
 
24-07-2017.-
 
Una grande maggioranza di catalani ha manifestato, ripetutamente e in diverse forme, il desiderio di esercitare il diritto democratico a votare sul proprio futuro politico.

Questa ferma richiesta di votare discende da una lunga serie di contrasti tra i governi di Catalogna e di Spagna sul grado di autonomia culturale, politica e finanziaria che deve essere garantita ai catalani, nonostante i numerosi tentativi di giungere ad una soluzione accettabile condivisa.
Come dimostrano i precedenti del Québec e della Scozia, il modo migliore di risolvere i legittimi contrasti interni è il ricorso agli strumenti della democrazia.

Impedire ai catalani di votare appare in contrasto con i principi ispiratori delle società democratiche.

Pertanto, rivolgiamo un appello al governo spagnolo e alle altre istituzioni statali, così come alle omologhe istituzioni catalane, a lavorare congiuntamente per far sì che la cittadinanza catalana possa votare sul proprio futuro politico e affinché successivamente, sulla base del risultato, si aprano negoziati secondo il principio di buona fede.
 




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Puigdemont, presidente Catalogna: faremo rispettare l'esito del referendum sull'indipendenza

La Catalogna marcia verso il referendum del 1 ottobre per l'indipendenza dalla Spagna. I gruppi separatisti hanno consegnato al Parlamento regionale la legge per la convocazione del voto, che Madrid definisce illegale e promette di fermare a tutti i costi. "Piuttosto che rinunciare al referendum mi faccio arrestare", risponde il presidente catalano Carles Puigdemont.

Mario Magarò lo ha intervistato a Barcellona –




RAI News
 
Mario Magaró
 
02-08-2017.-





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Indipendenza, la Catalogna allo scontro finale con Madrid

 
IL SOLE 24 ORE
 
di Luca Veronese
 
06-09-2017.-
 
Con un atto finale di sfida, la Catalogna sta per approvare la legge sul referendum per l’indipendenza che si terrà il primo di ottobre. A meno di un mese dalla data fissata per la consultazione popolare, il voto del Parlamento catalano porta così lo scontro con lo Stato spagnolo oltre il punto di non ritorno. Il provvedimento sul referendum che dovrebbe essere approvato a maggioranza dai partiti separatisti entro oggi, di fatto segna già una secessione tra la Catalogna e le leggi dello Stato spagnolo: la nuova legge si pone infatti, in caso di conflitto, sopra ogni altra normativa, regionale e statale. Immediata la reazione del premier nazionale, Mariano Rajoy che mantenendo la linea dura - «Il referendum non si farà!» - ha chiesto alla Corte Costituzionale di bloccare la legge e ha chiamato in causa la magistratura perché verifichi le responsabilità penali della presidente del Parlamento Catalano, Carme Forcadell, che ha autorizzato la presentazione e la discussione in assemblea.

Il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, assieme agli alleati separatisti catalani, sta mantenendo le promesse fatte al momento della sua elezione, nel gennaio del 2016, guardando al percorso verso l’autonomia della regione più ricca del Paese: «Non ci sono alternative per l’indipendenza: referendum, o referendum!», disse, passando sopra ogni possibilità di mediazione con il governo nazionale di Mariano Rajoy.

L’ostruzionismo dell’opposizione in Parlamento - formata dai Popolari e dai rappresentanti di Ciudadanos - sta rallentando l’approvazione della legge ma già questa sera stessa, per anticipare la stroncatura della Corte Costituzionale, Puigdemont dovrebbe riuscire a firmare il decreto di convocazione, che dovrebbe essere controfirmato da tutti i ministri del governo catalano, per diluire le responsabilità di fronte a possibili processi. Non ci sono dubbi sulla successiva e immediata sentenza della Corte Costituzionale spagnola che si esprimerà contro la legge come già accaduto negli scorsi anni per tutti i tentativi della Catalogna di arrivare alla consultazione per vie legalmente riconosciute, dalla Spagna e dalla comunità internazionale.

Il premier Rajoy ha già ordinato all’Avvocatura dello Stato di «interporre un incidente di esecuzione di sentenza» davanti alla Corte Costituzionale per tentare di impedire che il Parlamento catalano discuta e adotti la legge di convocazione del referendum. Rajoy ha anche chiesto alla Consulta di determinare la responsabilità penale della presidente del Parlament, Carme Forcadell, che ha autorizzato l’esame della legge.

La procura spagnola ha annunciato che denuncerà la stessa Forcadell per «disobbedienza» all’Alta Corte di Madrid che ha vietato ogni iniziativa verso l’indipendenza.

Puigdemont, assieme ai suoi alleati, a partire dalla Sinistra Repubblicana di Oriol Junqueras, da domani dovrà scegliere se obbedire alla legge spagnola, e fermare la macchina del referendum: ma sembra improbabile, giunti a questo punto, che gli indipendentisti si tirino indietro. Oppure se diventare «fuori legge», almeno per la Spagna, seguendo la nuova «legalità catalana»

«Si è già a un punto di non ritorno», avverte l’analista Inaki Gabilondo. La frattura tra Barcellona e Madrid è già profondissima. Di fronte alla determinazione catalana, a Rajoy potrebbe non restare altra scelta che l’articolo 155 della Costituzione, che consente al governo nazionale di sospendere e destituire Puigdemont e l’autonomia catalana. Ma davvero la Spagna può arrivare a recintare i seggi, sequestrare le urne o azzerare con la forza le istituzioni catalane? Non si rischierebbe di tornare indietro di mezzo secolo rievocando i fantasmi del franchismo? Rajoy, alla guida di un governo di minoranza a Madrid, non ha probabilmente nemmeno la forza politica per farlo. Con i Socialisti e Podemos che hanno più volte chiesto di aprire un tavolo per un negoziato sull’autonomia della regione.

La Diada, la festa nazionale della Comunità autonoma catalana, che ogni 11 settembre porta nelle strade della regione milioni di cittadini, si è già trasformata in una nuova prova di forza di Barcellona contro la Spagna.

 





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La questione catalana è una questione politica europea

Lo scontro tra Madrid e Barcelona è al suo culmine: i catalani vanno avanti verso il referendum del 1° ottobre mentre Madrid promette che la consulta «non si celebrerà». All'orizzonte un conflitto ancora più fosco, dove tutto è possibile, che fa sorgere più di qualche domanda




IL SOLE 24 ORE


di ALESSANDRO GIBERTI

12.09.2017
 

 Le forze politiche dormienti di Madrid si sono accorte ieri l’altro che la Catalunya vuole decidere se dividersi dal resto di Spagna.

Dopo l’approvazione ufficiale per parte catalana del referendum del 1° ottobre prossimo (1-O) e l’immediata sua sospensione da parte del tribunale Costituzionale di Madrid, sono arrivate le denunce dalla Procura generale per il presidente della Generalitat de Catalunya Carles Puigdemont e tutti i membri del suo Governo e per la presidente del Parlamento catalano Carme Forcadell. I catalani hanno tirato dritto approvando la “Ley de Transitorietad”, con la quale si fissano i termini della cosiddetta “disconnessione” della Catalunya dal Regno di Spagna e le basi della successiva fondazione della Repubblica catalana in caso di vittoria del sì al referendum. In mezzo abbiamo visto tentativi di sequestri da parte della Guardia Civil spagnola di urne e schede elettorali dell’1-O con irruzioni in tipografie e stamperie considerate “vicine” al Governo catalano e la solita imponente Diada di ieri, che sarebbe la festa nazionale catalana, cioè di tutti i catalani, ma che è ormai interamente consacrata alle ragioni del referendum.

Lasciando perdere la cronaca – al momento non si sa nemmeno se si voterà, figurarsi con quali garanzie e in quale clima – quel che importa è capire se quello che sta succedendo tra Madrid e Barcelona sia ancora circoscrivibile in termini di scontro politico locale o se sia legittimo chiedersi se questa vicenda catalana non sia un po’ più larga, ovvero se non sia una questione che intacchi i principi democratici generali, ovvero se non sia una questione politica europea.

Dovessimo trattare la vicenda dal primo punto di vista, non ci sarebbero dubbi: forzando la mano, Barcelona sta minacciando l’ordine costituzionale di un Paese membro dell’Unione europea. Di conseguenza le ragioni di Madrid prevarrebbero su quelle catalane e lo Stato spagnolo sarebbe pienamente autorizzato a contrastare, da ogni punto di vista, le minacce al proprio ordine costituito.

Però il milione di persone scese in piazza ieri a Barcelona, per la sesta Diada multitudinaria consecutiva (fino al 2011 a celebrare la giornata della Catalunya erano sì e no 15mila persone), non sono figlie del caso. Non credo si possa più fingere che piazza e Governo non siano originate dal medesimo movimento politico-ideale, maggioritario in Catalunya, che chiede a gran voce di essere ascoltato: quello del “derecho a decidir”, cioè del voto.
 
Il problema qui è far calare il costituzionalismo sull’80 per cento dei catalani favorevoli al voto – queste le stime – come fosse l’ultima istanza di una traiettoria che ha viste esplorate tutte le altre opzioni possibili. Ma non è così: ci sono stati anni di sviluppi politico-elettorali e infinite possibilità di mettere in marcia risposte che avrebbero attutito il colpo e magari anche indirizzato il procés fuori dal vicolo cieco referendario, ma si è deciso di non fare nulla che non fosse frustrare le aspirazioni di un’intera comunità politica, fino farla diventare maggioritaria.

Ora le forze politiche dormienti di Madrid si sono messe a parlare nientemeno che di “colpo di Stato”. Un colpo di Stato passato attraverso elezioni “autonomiche” (regionali), elezioni politiche nazionali e un referendum ancorché fake. Siamo di fronte a una nuova fattispecie dottrinale: il colpo di Stato a suon di voti.

Solo pochi giorni fa, Mariano Rajoy ha dichiarato, testuale, che la «Spagna è un Paese che vive in pace da più di 40 anni». Non stupisce quindi che la questione catalana sia la peggiore gestione di un problema interno che si ricordi da quella di Eta, esattamente nei supposti quarant’anni di pace. Con «nessuno poteva immaginare di assistere a uno spettacolo così antidemocratico», vale a dire l’approvazione in un Parlamento – in un Parlamento! – di una legge ancorché contraria alla Costituzione e la successiva puntualizzazione che «in Spagna si può essere indipendentisti o qualsiasi altra cosa, quel che non si può fare è conseguirlo», Rajoy ha ridotto in un colpo solo popolo sovrano e principio democratico a forme di passatempi non cogenti. La supposta “perversione antidemocratica” del Parlamento di Catalunya, nel quale a dare «grande prova di democrazia» è una minoranza che abbandona l’emiciclo è l’ultimo ribaltamento della realtà operata da Madrid in tutta la storia recente della questione catalana. L’Aventino non può diventare il metro di giudizio ufficiale dello stato di salute di una democrazia parlamentare. Se ogni qual volta una minoranza – e la minoranza happens all the time – prende ed esce dall’aula parliamo di deficit di democrazia che ce ne facciamo del fondamento della democrazia rappresentativa e cioè del principio di maggioranza?

La risposta all’80 per cento dei catalani che chiede di votare non può più essere esclusivamente giuridica: deve essere politica. Siamo arrivati troppo in là perché si chiuda il becco a un’intera comunità brandendo solo la Carta fondamentale. Non perché non si possa, ovvio che si possa, ma perché non funziona. E non funziona perché le democrazie non funzionano contro la volontà maggioritaria di una comunità politica.
 
Pur non condividendo le forzature di leggi, norme e regolamenti, e riconoscendo che l’inflazionatissimo “principio di auto-determinazione dei popoli” poco c’entri in questa questione, non dimentichiamoci che siamo europei, siamo occidentali e siamo democratici. Da questa parte di mondo facciamo parlare le persone. Se l’80 per cento di un popolo vuole parlare, deve poterlo fare. Se l’idea è quella di mettere a tacere 7 milioni di persone tre settimane prima del momento culminante di una vicenda politica lunga un decennio semplicemente perché si è deciso di ignorarne l’esistenza fino all’altro ieri non si può in tutta onestà fingere che la cosa appartenga alla normale dialettica democratica (lasciando perdere in questa sede le ragioni storiche: la Generalitat è un’istituzione politica del XIV secolo, precedente a qualsiasi idea di comunità politica spagnola).

Infine, davanti a «il referendum non si celebrerà» e «la democrazia risponderà con fermezza» ripetendo più volte «senza rinunciare a nulla», qual è il sottotesto democratico delle parole di Rajoy? Fino a che punto possiamo spingere l’immaginazione? Se i dirigenti politici catalani venissero condannati (già successo), inabilitati (già successo) e magari anche incarcerati (ancora no, ma è tecnicamente possibile) che cosa dovremmo fare come europei? L’esistenza di prigionieri politici in un Paese membro è conforme ai principi della Ue? È più grave la persecuzione politica o il mutamento democratico di un ordinamento? La legge sta sopra il popolo o emana dal popolo? Siamo sicuri che la questione catalana sia una questione meramente spagnola?
 
 
 
 




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Catalogna, Rajoy ha preferito la guerra sporca al dialogo politico

Il premier spagnolo è chiamato a risolvere una crisi che ha creato. E che il suo partito ha gestito con mezzi non sempre convenzionali: dal dossieraggio a una polizia parallela dentro al ministero dell'Interno.




LETTERA43
 
02-10-2017
 
GIOVANNA FAGGIONATO

 
Mariano Rajoy non mollerà nemmeno questa volta. A meno che non lo costringano a farlo i partiti di opposizione, questo testardo galiziano di provincia, alla guida del Partido Popular da 17 anni, al governo di Madrid da sette, tenterà ancora una volta di presentarsi come il bastione della nazione spagnola. Poco importa che il referendum del primo ottobre abbia mostrato il suo fallimento politico a livello internazionale con la stampa a testimoniare le violenze della Guardia Civil – «tristi, ma proporzionate» le ha definite, «siamo un esempio per il mondo» - su cittadini desiderosi solo di votare. Poco importa che la sua politica abbia creato indipendentisti dove non ce n’erano e abbia semplicemente impedito di capire cosa vogliono realmente i cittadini catalani: una mossa controproducente per tutti coloro che desiderano la Spagna unita.

IMPERMEABILE AGLI SCANDALI. Dopo aver guidato il Paese attraverso la crisi, da leader di un partito al centro della maggiore inchiesta di corruzione della storia nazionale e dopo aver accettato di governare di nuovo senza una maggioranza politica, si farà scivolare addosso anche la pessima gestione dell’autoproclamato referendum catalano, quello che, come ha spiegato alle 20 del primo ottobre, «non è mai esistito». Impermeabile a ogni scandalo, a ogni questione di opportunità, proverà, dopo essere sopravvissuto a incidenti stradali e aerei - il primo gli lasciò cicatrici sul volto, nel secondo si ruppe un dito -, a superare anche la crisi catalana. Una crisi che in questi anni però non ha fatto che alimentare con metodi legali e non, in una guerra sporca che è la cosa più lontana dal dialogo politico invocato in questi giorni.
 
Le tensioni odierne, ormai è noto, sono figlie in prima battuta del ricorso alla Corte costituzionale presentato del Partido popular contro il nuovo Statuto negoziato dal governo di Barcellona con l'esecutivo Zapatero, ratificato da un voto parlamentare e approvato attraverso un referendum della popolazione della Catalogna, seppure ancora una volta con un'affluenza minore della metà degli aventi diritto. Da lì in poi la questione catalana si è avvitata su se stessa in un crescendo di radicalizzazione. Ma intanto Rajoy è arrivato al governo e, mentre i giovani spagnoli passavano giorni e notti a Puerta del Sol a protestare contro una classe politica corrotta e contro un'austerity che colpiva gli ultimi, il Partido popular proseguiva la sua guerra con altri mezzi.

MEZZI NON CONVENZIONALI. Jorge Fernández Díaz, fedelissimo di Rajoy, cattolico numerario dell'Opus Dei ma anche catalano tendenzialmente moderato, da ministro degli Interni a partire dal 2012 e almeno fino al 2017 ha messo in piedi una sorta di di polizia parallela formata da alcuni ufficiali di polizia anche giudiziaria. Il gruppo ha condotto indagini per anni al di fuori dei meccanismi dello stato di diritto, coinvolgendo anche personale di agenzie investigative private. L'obiettivo era ottenere informazioni in merito alle indagini sul caso Gurtel: l'inchiesta che ha portato a scoprire i fondi neri del Partido popular coinvolgendone le prime file, Rajoy compreso, e da cui Calle Genova è riuscita ad uscire più o meno in piedi perchè il computer dove avrebbero dovuto esserci le prove dei finanziamenti rivelati dall'ex tesoriere Luis Barcenas era stato formattato. Ma, e forse è anche più grave, la polizia politica di Diaz si occupava soprattutto del dossieraggio dei nemici del centrodestra di governo e in particolare degli indipendentisti.
 
«NIXON S'È DIMESSO PER MOLTO MENO». «Per qualcosa di molto inferiore», ha scritto El Diario, «Nixon si è dimesso». La vicenda è stata prima raccontata sulla stampa e pochissimo al di fuori dei confini nazionali. Poi è diventata un documentario per mano di due giornalisti di Mediapro, la casa editrice del quotidiano online progressista Publico. Ma nel chiuso circuito mediatico spagnolo solo l'emittente catalana e quella basca hanno deciso di trasmetterlo. Ed è facile capirne il motivo.
 
Tra i politici finiti nel mirino della polizia di Diaz figurano il leader di Podemos Pablo Iglesias, Jordi Pujol, presidente del governo di Catalogna dal 1980 al 2003, e anche l'attuale vicepresidente della Generalitat, Oriol Junqueras, leader della formazione della sinistra indipendentista Esquerra Repubblicana: l'uomo che con l'ex presidente Artus Mas ha progettato il referendum del primo ottobre. Per trovare gli scheletri nascosti dei suoi nemici, il ministro degli Interni si appoggiava al capo dell'ufficio antifrode catalano, Daniel de Alfonso. Ma, secondo alcune conversazioni registrate tra i due, Diaz teneva informato anche Rajoy.

LA FABBRICAZIONE DI FALSI DOCUMENTI. Come succede spesso in questi casi, i dossier mescolavano verità - peraltro facili visto che la classe dirigente catalana è stata coinvolta in numerosi casi di corruzione - e bugie. In mancanza di documenti che provassero la corruzione degli oppositori, infatti, i poliziotti agli ordini del capo dell'Interno si sono spinti anche a fabbricarne di falsi. Da qui vengono le fatture fasulle venezuelane che per un po' hanno inquinato il dibattito sul leader di Podemos. E un altro falso documento è stato utilizzato contro l'ex leader catalano Pujol. L'uomo che ha guidato la regione per 30 anni, peraltro invocandone sempre l'autonomia, è tuttavia finito al centro di un'inchiesta per evasione fiscale e ha confessato di avere all'estero, nel principato di Andorra, milioni di euro sconosciuti al Fisco iberico. I bocconi avvelenati o semplicemente a orologeria sono stati preparati soprattutto in vista della consultazione catalana del 2014.

FONDI PUBBLICI PER INDAGINI FRAUDOLENTE. La presenza della polizia parallela è emersa solo nel 2016 e appena il 21 settembre 2017 la commissione di inchiesta parlamentare che se ne è occupata ha approvato con 172 voti a favore - quelli dei socialisti, di Podemos e degli indipendentisti - la sua relazione finale. Come riporta Publico, i deputati hanno certificato che il ministro degli Interni ha utilizzato fondi pubblici e funzionari statali per indagini fraudolente contro gli oppositori politici. Anche i membri di Ciudadanos, che pure si sono astenuti, ne hanno riconosciuto l'esistenza. Ben inteso, questo non toglie niente all'egoismo fiscale, all'integralismo e alla assenza di razionalità delle rivendicazioni indipendentiste. Ma spiega in parte come siamo arrivati fino a qui, e perché è difficile che Rajoy ne tiri la Spagna fuori. E non è una buona notizia.
 




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Catalogna: l’insostenibile follia dello status quo


affaritaliani.it
 
 
08-11-2017.-
  
Alessandro Sahebi
 

Cinismo e pugno di ferro. La ricetta di Mariano Rajoy per la Catalogna sembrerebbe, agli occhi di un osservatore esterno, avere avuto i suoi effetti: l'incarcerazione di sette ministri e la ritirata strategica di Carles Puigdemont in Belgio appaiono infatti ai più come il tramonto di una vicenda che per qualche giorno ha tenuto con il fiato sospeso l'intera Europa e i suoi assetti. Ciò nonostante la strategia del governo centrale spagnolo tutto può rivelarsi fuorché il frutto di un abile ingegno diplomatico e quella che sul campo di battaglia sembrerebbe poter essere letta come una travolgente vittoria potrebbe trasformarsi, in poco meno di due mesi, in un temibile autogol.

Da una parte ci siamo noi, che osserviamo. Ridiamo, confezioniamo meme e ci godiamo i quotidiani sviluppi di una storia che sembra essere stata scritta sul copione di una tragi- commedia politica di serie B. Dall'altra, tuttavia, c'è un popolo. Un popolo che l'1 ottobre ha visto la ragion di Stato trasformarsi in abuso (come ammesso dallo stesso governo spagnolo), un popolo che vede i suoi rappresentanti incarcerati ed esiliati, ricordati come i numerosi eroi politici catalani di epoca franchista. C'è un popolo che ha vissuto sulla propria pelle la pressoché totale ottusità di Madrid e dei suoi rappresentanti, il furto della propria autonomia. Le aziende non fuggono dalla Catalogna, lo sanno bene i catalani. Scappano le sedi centrali ma qualsiasi buon economista sa che il capitalismo globalizzato, oggi, non ha confini se si tratta di profitti. E lo sa bene l'Europa, silenziosamente imbarazzata i primi giorni delle violenze a Barcellona, ben più decisa nelle settimane successive.

Una presa di posizione fedele alla Spagna che a Bruxelles sanno bene di non poter tenere ciecamente se dalle urne, il 21 dicembre, i movimenti indipendentisti avranno la meglio. Mitizzazione del leader politico Puigdemont, assenza di ascolto e pugno di ferro in cabina elettorale potrebbero essere dei veri e propri boomerang per Mariano Rajoy e potrebbero riconfermare, nonostante tutto, le istanze indipendentiste dei catalani. A quel punto il nostro cinismo, la nostra ironia e il nostro pragmatismo non potranno fare altro che i conti con la loro volontà.

La follia dello status quo sta nell’ignorare totalmente il cambiamento. Lo Stato è un concetto pre-democratico messo in discussione dalle spinte locali da una parte, dall’europeismo dall’altra. Ripensare gli assetti non è una pazzia, la pazzia è pensare che non siano soggetti al corso della storia. In questa ottica essere in grado di assorbire gli shock senza chiudersi in una cieca visione ancorata al passato è una sfida che, soprattutto in quest'epoca di sconvolgimenti politici e sociali, l'Europa deve affrontare con coraggio e con la consapevolezza che nel corso della sua storia, lunga o corta che sia, ne incontrerà con certezza in continuazione.

La risposta, darwiniana se volete, è sapersi evolvere. Se non teniamo aperta la porta del cambiamento ci chiudiamo nello stagno delle nostre sicurezze. A quel punto i casi sono due: o la porta chiusa verrà sfondata, travolgendoci, o diventeremo stagno. E nello stagno tutto muore.

 
 




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La Catalogna protesta nel cuore dell’Europa, che soffre delle sue stesse malattie



IL FATTO QUOTIDIANO
 
11-12-2017
 
FABIO MARCELLI
Giurista intennazionale
 
 
La questione catalana presenta un forte interesse scientifico dal punto di vista del diritto internazionale, innescandosi nel solco formato da recenti manifestazioni di prassi internazionale, quali quelle per l’indipendenza del Quebec o del Kosovo. Preciso che non sono un sostenitore dell’indipendenza catalana a ogni costo e che ciò non avrebbe comunque molto senso, dato che non sono né cittadino spagnolo né tantomeno catalano. Sono però cittadino europeo, oltre che italiano, e in quanto tale interessato al rispetto della democrazia e dei diritti politici su tutto il nostro continente e oltre. Per tale motivo sono rimasto negativamente impressionato dalla selvaggia repressione scatenata dal governo Rajoy contro milioni di cittadini spagnoli e catalani che stavano semplicemente esercitando in modo pacifico un proprio elementare diritto democratico e cioè dichiarare o meno la loro preferenza per l’instaurazione di una Repubblica catalana indipendente.
 
Si può in altri termini discettare riguardo alle conseguenze giuridiche di tali atti, che taluni ritengono di nessun rilievo da tale punto di vista. Non si può invece negarne il valore politico né si può accettare la repressione avvenuta quel giorno né la conseguente criminalizzazione del movimento indipendentista, culminata con il mandato d’arresto internazionale, successivamente ritirato, dell’ex presidente catalano con i suoi quattro ministri. Mandando contro una buona parte del popolo catalano che voleva solo votare democraticamente truppe armate di manganelli e pallottole di gomma, il governo spagnolo ha senza dubbio violato la Convenzione europea dei diritti umani, dando un ulteriore pessimo segnale in un’Europa nella quale si moltiplicano inquietanti fenomeni di esaltazione del passato fascista che si sperava e pensava superato per sempre. Un passato fascista che in Spagna ha un solo nome: franchismo.
 
Tali fenomeni inquietanti hanno peraltro la loro radice nella crescente disaffezione della gente nei confronti della politica e della sua ispirazione generalmente antipopolare in Europa. Peraltro, la stessa consultazione referendaria del primo ottobre ha evidenziato l’esistenza di un malcontento estremamente diffuso, in Catalogna ma probabilmente anche altrove, che parte da un inevitabile giudizio negativo sul governo spagnolo per la corruzione in cui sta affogando e le sue spietate politiche neoliberali, ma esprime anche insoddisfazione e disagio a fronte di un quadro costituzionale che si è rivelato del tutto asfittico e inadeguato. Situazione di grave inadeguatezza, ulteriormente aggravata e evidenziata dall’improvvida decisione della Corte costituzionale sullo statuto catalano, decisione fortemente voluta e ispirata da quello stesso Rajoy.
Significativa appare del resto la circostanza che le organizzazioni colpite dalla repressione abbiano deciso di portare la propria protesta proprio a Bruxelles e cioè nel cuore dell’Europa. Se è vero che proprio l’Europa soffre le stesse malattie dello Stato spagnolo e di altri stati, quali soggezione alle politiche neoliberali e alle lobby che le predicano, corruzione, insufficiente funzionamento dei meccanismi democratici che provoca disaffezione crescente dalla politica e anche rigurgiti di fascismo e di razzismo, è pure vero che essa dovrebbe giocare un ruolo di mediazione politica in situazioni come quella catalana impedendo lo slittamento verso conflitti sempre più aspri e incontenibili. Occorre quindi auspicare che le istituzioni europee, dando senso alla loro stessa esistenza, vogliano accettare un ruolo di promozione del necessario dialogo politico tra il popolo catalano e il governo spagnolo, nel nome dei principi democratici iscritti nei propri trattati istitutivi oltre che, beninteso, del buon senso più elementare.
 
 




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Catalogna, la cura Rajoy minaccia di uccidere il malato


IL FATTO QUOTIDIANO
10-01-2018.-
 
FABIO MARCELLI
(Giurista internazionale)
 
Il primo ministro spagnolo Rajoy ha inventato un nuovo sistema per ottenere la maggioranza in assemblee rappresentative che si mostrino troppo refrattarie ad accettare il verbo governativo. E’ un metodo semplice ed efficace e consiste nell’arrestare o mandare in esilio un numero di deputati della parte avversa sufficiente a farla scendere al di sotto del cinquanta per cento. Il geniale politico in questione sta applicando il metodo in Catalogna, dove il fronte indipendentista, formato da Junts per Catalunya, Esquerra Republicana e CUP ha ottenuto 70 deputati su 135 alle recenti elezioni regionali, ma per effetto della repressione in atto deve al momento rinunciare a otto seggi dato che tre deputati si trovano in galera e cinque all’estero in esilio. Risultato, un abbassamento del numero dei deputati indipendentisti da 70 a 62, al di sotto della maggioranza richiesta di 68 su 135.
 
La democrazia rappresentativa, autentico feticcio del mondo occidentale in questa fase storica, si trova quindi fortemente falsata e impossibilitata a funzionare e c’è il rischio che, grazie all’iperattivismo di una magistratura che sente ancora il richiamo del franchismo, il governo della Catalogna vada a finire in mano alla leader della formazione destroide neoliberista ed autoritaria Ciudadanos, che esprime la volontà di una netta minoranza della società catalana. Eppure nessuno dice niente. L’Unione europea, nonostante la massiccia manifestazione svoltasi a Bruxelles il 7 dicembre, la più grande mai tenutasi in Belgio, cui ho avuto l’onore di partecipare e di prendere la parola, continua nel suo atteggiamento omertoso. I governi degli Stati che ne fanno parte, pronti a ululare come lupi ogni volta che sotto altri cieli vengono adottate misure secondo loro liberticide, pure. Un autentico capolavoro di ipocrisia è costituito, tanto per fare un esempio, dalla dichiarazione adottata da Alfano due giorni dopo il referendum dell’8 ottobre, che si conclude riaffermando un’aprioristica quanto ingiustificata fiducia nei confronti del governo spagnolo.
 
Vero è infatti che quest’ultimo si è reso colpevole di gravi violazioni di fondamentali norme europee, a partire da quelle contenute nella Convenzione europea dei diritti umani e delle libertà fondamentali del 1950, perseguendo con il manganello e con la galera un movimento di massa, ben radicato all’interno della società catalana, che voleva esprimere pacificamente il proprio sacrosanto diritto all’autodeterminazione. Il comportamento tenuto dalla polizia spagnola e dai giudici che si sono prestati ad assecondare il disegno neofranchista di Rajoy ha infatti violato vari diritti fondamentali tra i quali quelli alla libertà di espressione del pensiero e di riunione e alla stessa integrità fisica (almeno ottocento feriti) delle persone aggredite come documentato in una denuncia internazionale firmata da oltre cinquecento giuristi. La magistratura continua a prestarsi al disegno repressivo negando da ultimo la libertà provvisoria al deputato Oriol Junqueras che potrebbe candidarsi a presidente della Catalogna.

La realtà è sotto gli occhi di tutti. I partiti indipendentisti chiedono al governo spagnolo un dialogo che quest’ultimo rifiuta. Eppure il quadro costituzionale uscito dagli Accordi della Moncada del 1978 si rivela ogni giorno più ammuffito e inadeguato. Se si vuole salvaguardare l’unità nazionale della Spagna l’unica strada è quella di un autentico processo costituente che vada della ridefinizione in modo adeguato delle garanzie necessarie alla convivenza. Altrimenti non ci sarà alternativa alla secessione della Catalogna e di altre regioni, a cominciare dai Paesi Baschi. Il gioco d’azzardo cui si sta dedicando Rajoy per salvaguardare le proprie poltrone e allontanare l’attenzione dalle accuse di corruzione e dai manifesti fallimenti delle sue politiche di stampo neoliberista produrrà con ogni probabilità un tale esito, non senza rischi gravissimi per la pace e la democrazia in un Paese vitale per l’Europa.
 
Con ogni evidenza, quindi, la cura Rajoy minaccia di uccidere il malato. E la malattia potrebbe estendersi dalla Catalogna e dalla Spagna all’insieme dell’Europa. Tutti motivi per chiedere con forza la liberazione immediata dei prigionieri politici catalani per permettere un funzionamento adeguato delle istituzioni democratiche sotto attacco.
 
 




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Catalogna. Gli indipendentisti ancora in carcere. La Spagna torna al Franchismo?

FARO DI ROMA
10-03-2018

Mario Castellano

 
Le ultime notizie dalla Catalogna riferiscono che neanche la sessione del Parlamento della Generalità programmata per lunedì prossimo eleggerà il nuovo Presidente, destinato a succedere a Puigdemont.

E’ tuttavia importante considerare la candidatura avanzata dalla maggioranza indipendentista: si tratta di Jordi Sanchez, capo di uno dei due movimenti sorti nella società civile che, affiancando i Partiti favorevoli all’autodeterminazione, sono stati protagonisti della mobilitazione popolare culminata nel referendum dello scorso 1 dicembre.

Sanchez si trova in prigione a Madrid, privato della libertà e per giunta deportato in uno Stato straniero che occupa ed opprime il suo Paese.
La sua posizione dal punto di vista penale è inoltre diversa da quella del Presidente Puigdemont, e dei suoi Ministri, sia in esilio, sia incarcerati in Spagna.

Mentre infatti questi ultimi, dal punto di vista delle Autorità di Madrid, avrebbero attentato alla integrità territoriale dello Stato, Sanchez è responsabile soltanto di un delitto di opinione, consistente nell’aver sostenuto il diritto dei Catalani all’autodeterminazione.

Permane dunque, ed anzi si aggrava, la situazione aberrante determinata dall’emissione dei mandati di cattura contro i dirigenti indipendentisti: per la prima volta dopo la Seconda Guerra Mondiale – e per quanto riguarda i Paesi Iberici dopo la fine delle dittature franchista e salazarista tra il 1974 ed il 1975 – in Europa Occidentale vengono private della libertà alcuni cittadini che non hanno commesso nessuna azione violenta, limitandosi a svolgere una attività politica considerata altrove perfettamente legale.

Anche ammesso che l’indizione del referendum, l’accoglimento dei suoi risultati e la proclamazione dell’Indipendenza risultassero degli atti legislativi ed amministrativi illegittimi, ciò non determina di per sé – in un uno Stato di Diritto – alcuna responsabilità penale a carico delle persone fisiche incorporate negli organi di un Ente Pubblico che li hanno adottati.

Per giunta, le Autorità di Madrid ritengono che tali atti non siano annullabili, bensì nulli, in quanto esorbitano – secondo la loro opinione – dall’insieme delle competenze dei soggetti di Diritto Pubblico.

Qui si rivela una contraddizione manifesta nella posizione degli organi dello Stato spagnolo: mentre un atto illegittimo produce i propri effetti fino a quando viene deciso il suo annullamento, un atto nullo non produce – per definizione – nessun effetto giuridico.

E’ naturalmente possibile che l’emanazione di un atto amministrativo determini la consumazione di un reato, ma la violazione della legge penale in tanto sussiste in quanto precisamente la situazione giuridica è stata modificata, il che però non avviene nel caso di un atto nullo.

In conclusione, dunque, delle due l’una: se l’atto emanato dagli organi della Generalità è nullo, non si può configurare nessun reato; se invece sussiste una responsabilità penale, ciò significa che l’atto ha prodotto degli effetti giuridici.

In tal caso, però, l’indipendenza della Catalogna verrebbe paradossalmente riconosciuta dagli organi giurisdizionali dello Stato spagnolo.
Gli indipendentisti di Barcellona sono comunque impegnati con Madrid – come abbiamo già scritto – in un braccio di ferro che durerà molto a lungo, dando luogo ad un contenzioso giuridico che coinvolge altri Stati.

Abbiamo già scritto che la Catalogna ha vinto un’importante battaglia giudiziaria, ingaggiata nel Belgio, dove Puigdemont è riparato con una parte dei suoi Ministri dopo essere stato colpito da un mandato di cattura internazionale emesso dall’Autorità Giudiziaria spagnola.

L’esecuzione di tale atto da parte di uno Stato straniero di tale deve essere decisa dalla sua Autorità Giudiziaria, che deve semplicemente valutare se il reato imputato alla persona colpita dal mandato di cattura è considerato tale anche in base alle proprie norme.

E’ chiaro che a questo punto Puigdemont rischiava di essere estradato, non potendo in alcun caso i Giudici belgi valutare nel merito la sua asserita responsabilità penale.

Gli Avvocati fiamminghi del Presidente della Generalità, i quali non avevano nella vicenda giudiziaria soltanto un interesse professionale, ma erano anche intenzionati ad asserire la piena legalità e la piena legittimità di una eventuale dichiarazione di indipendenza delle Fiandre, hanno compiuto a questo punto una mossa vincente, consistente nel presentare domanda di asilo politico al Belgio.

L’esame di questa istanza non spetta all’Autorità Giudiziaria, bensì agli organi del Potere Esecutivo, benché l’interessato possa impugnare il suo rigetto davanti alla Giurisdizione Amministrativa.

L’asilo politico, in base alle Convenzioni Internazionali sottoscritte dal Belgio, viene concesso anche alle persone ricercate dalla Giustizia del Paese di origine se la loro condanna in sede penale, ovvero il provvedimento restrittivo della libertà personale, risultano determinati anche parzialmente da motivazioni politiche.

Per evitare che le Autorità di Bruxelles accertassero la sussistenza di tale tale situazione, la Spagna ha ritirato il mandato di cattura internazionale, non solo subendo una umiliazione in Europa, ma anche riconoscendo implicitamente che Puigdemont era un perseguitato politico.

Questo riporta il Paese iberico alla condizione in cui si trovava al tempo di Franco, quando era tenuto fuori dalla porta dell’Europa. Il cammino iniziato con la morte del “Caudillo” subisce dunque una regressione preoccupante.

Ora, con la prospettata elezione di Sanchez alla Presidenza della Generalità, i Catalani hanno intrapreso una nuova battaglia giuridica.
Se l’esponente della società civile viene scarcerato, la Spagna ammette implicitamente che egli è un Capo di Stato: ciò non significa di per sé riconoscere l’Indipendenza della Catalogna quale soggetto di Diritto Internazionale, ma si ammette che la Generalità è un soggetto membro di una Confederazione, vale a dire uno Stato.

Ammettendo il principio per cui la Spagna è una Confederazione, affermato dal Re Juan Carlos in moltissimi discorsi ufficiali, si riconosce implicitamente il diritto della Generalità di sciogliere i suoi vincoli con Madrid.

Qualora invece Sanchez fosse trattenuto in prigione, verrebbe impedita la normale attività di un soggetto di Diritto Pubblico, e in tal caso, la Spagna non potrebbe più essere considerata uno Stato di Diritto.

Dal punto di vista politico, si deve riconoscere che i Catalani stanno giocando molto bene la loro partita: in primo luogo, la dichiarazione di sovranità adottata a suo tempo dal Parlamento di Barcellona non è mai stata ritrattata, ed inoltre la Generalità tratta alla pari con la Spagna in qualità di Stato indipendente.

Che cosa succederebbe se il Presidente della Repubblica Italiana fosse trattenuto in prigione a Parigi dalle Autorità francesi?
Come minimo, si aprirebbe un contenzioso internazionale.
Si potrà obiettare che l’Italia è uno Stato indipendente, mentre la Catalogna non lo è ancora, ma è proprio questa la ragione per cui Barcellona sta deliberatamente aggravando il proprio conflitto con Madrid, sapendo che le decisioni assunte dal Belgio hanno già modificato un rapporto di forze destinato comunque ad evolvere ulteriormente.

Nel frattempo, la Generalità continua ad esercitare le competenze legislative ed amministrative che comunque la Spagna le riconosce, affermando però che la dichiarazione di Indipendenza è tuttora pienamente vigente.

Può Madrid impedire questo esercizio della sovranità?
Naturalmente non può farlo, salvo negare la vigenza della propria stessa Costituzione e dello Statuto della Generalità.

Il braccio di ferro è destinato a continuare, e noi continueremo a commentarne i vari episodi dal punto di vista giuridico.
Resta fermo comunque che la Liguria – come ha affermato solennemente con voto unanime il Consiglio Comunale di Genova – sostiene il diritto dei fratelli catalani ad esercitare l’autodeterminazione.
 




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La Germania divisa tra etica e diritto

È giusto considerare Puigdemont alla stregua di un terrorista o di un ladro, perché di questo si tratta, consegnandolo nelle braccia di un sistema che potrebbe condannarlo a 30 anni di carcere?



CORRIERE DELLA SERA
26-03-2018
 
PAOLO VALENTINO
 
È una classica contraddizione weberiana, tra etica dei valori e etica della responsabilità, quella che si trova a fronteggiare la Germania, con l’arresto del leader catalano Puigdemont, in esecuzione di un mandato di cattura europeo emesso dalle autorità spagnole. La Repubblica federale, come tutti i Paesi della Ue, ha sottoscritto un meccanismo basato sulla reciproca fiducia, in grado di rendere più semplici le procedure di estradizione all’interno dello spazio comunitario. Come spiega oggi nell’intervista al Corriere il professor Martin Heger, il mandato di cattura europeo implica che ogni Paese si fidi dello Stato di diritto di un altro e viceversa. Per questo, quando viene emesso per una delle 32 categorie di reati gravi previste, comporta una procedura squisitamente giuridica, priva cioè di influenze politiche.

Responsabilità dei giudici dello Schleswig-Hollstein, il Land dove il leader secessionista è stato intercettato su segnalazione dei servizi spagnoli e fermato, è dunque di verificare che i reati contestati dai colleghi madrileni a Puigdemont siano compatibili con quelli previsti dal codice penale tedesco e se del caso concedere l’estradizione. È poco probabile però, secondo gli esperti, che questa venga decisa sulla base dell’accusa di ribellione, visto che il reato analogo in Germania, quello di «alto tradimento», è legato indissolubilmente alla violenza o all’incitazione alla violenza. Puigdemont non ha mai lanciato alcun appello alle armi, a meno di non considerare tale l’appello al voto. È invece più verosimile, ancorché ugualmente controverso, che l’accusa buona per estradarlo si riveli alla fine quella di appropriazione indebita di denaro pubblico, usato dall’ex presidente catalano per organizzare una consultazione considerata illegale e in violazione dell’ordine costituzionale spagnolo.
 
Fin qui l’etica della responsabilità, appunto, cui difficilmente la Germania potrà sottrarsi nel rispetto delle regole europee liberamente sottoscritte e della fiducia dovuta ai partner. «La Spagna è uno Stato di diritto», ha ribadito ieri il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert. I valori sono un’altra cosa, specialmente per un Paese ad altissima sensibilità democratica e garantista come in ragione della sua storia è la Repubblica Federale. Forse con una punta di esagerazione, la Sueddeutsche Zeitung ha toccato il nervo scoperto di questa vicenda, definendo Puigdemont il «primo prigioniero politico» della Germania.

Sarà possibile per il governo tedesco ignorare questa semplice verità e trincerarsi dietro la procedura tecnica? È giusto considerare Puigdemont alla stregua di un terrorista o di un ladro, perché di questo si tratta, consegnandolo nelle braccia di un sistema che potrebbe condannarlo a 30 anni di carcere? «Il mandato di cattura europeo non è uno strumento per regolare questioni di politica interna con l’aiuto di pubblici ministeri stranieri», commenta Wolfgang Janisch sul giornale bavarese. Né la fiducia reciproca su cui si fonda l’intero costrutto può essere cieca, ignorando il sospetto di persecuzione politica che accompagna l’azione delle autorità centrali spagnole contro i leader del movimento catalano. Perché se è vero che la secessione catalana non è legale, né costituzionale, è difficile per la Germania come per ogni altro Paese accettare che Madrid tenti di sconfiggere un movimento di massa democratico solo con la forza o il codice penale esteso all’intero territorio comunitario grazie al mandato di cattura europeo. Quanto sia sanabile la contraddizione weberiana tra responsabilità e principi è impossibile dire. Forse non lo è. E questo pone il nuovo governo tedesco in una posizione molto complicata, tanto più alla luce degli ottimi rapporti da sempre intercorsi tra Angela Merkel e Mariano Rajoy. Il caso è già politico. I Verdi suggeriscono che Berlino promuova un negoziato tra il governo di Madrid e i leader catalani, affidando la mediazione alla Commissione europea.

Una cosa certa. Nella sua improbabilità, Puigdemont ha internazionalizzato la vicenda catalana, confermando che nella Ue non esistono più crisi locali, che ogni battito d’ali provoca ripercussioni profonde e che farebbe bene l’Europa a prenderne atto.
 




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Non lasciate che il rancore si impossessi di voi

Ospito qui la lettera aperta che Marta Rovira, dirigente del partito indipendentista di sinistra catalano guidato da Junqueras, ha inviato prima di lasciare la Spagna. Continuano in questi giorni arresti di esponenti politici catalani accusati (semplifico) di tradimento verso il governo spagnolo, all’indomani del referendum di ottobre. L’ex presidente Carles Puigdemont è stato fermato in Germania. Il ‘delitto’ riguarda le opinioni politiche espresse e il fatto di aver consentito ai cittadini di esprimersi col voto. Alle successive elezioni di dicembre questi partiti, queste persone (quelle che non erano in prigione) sono state rielette dalla maggioranza dei catalani. Fin dal primo giorno, a ottobre, Marta Rovira e gli altri esponenti del governo catalano hanno chiesto che l’Europa intervenisse. Un’Europa sorda a chi viene arrestato per le sue opinioni, all’esito del voto popolare e democratico, si chiedono, che Europa è.

Invece Concita
Blog di Concita de Gregorio
 
27-03-2018
 
 
Grazie a Marta Rovira, segretaria generale di Esquerra Republicana
 
 



"Oggi prendo un cammino duro, un cammino che disgraziatamente tanti altri che ci precedono hanno dovuto prendere: il cammino dell’esilio. Non posso nascondere la profonda tristezza che sento nell’allontanarmi da tanta gente che amo. Allontanarmi da tante battaglie condivise, per tanti anni, con persone mosse da un unico obiettivo: cambiare la società dove vivono. Farla più giusta. Persone degne. Lasciare i paesaggi che mi circondano fin dall’infanzia, non poter passeggiare nella città dove vivo… Sono triste, ma molto più triste sarebbe stato vivere obbligata internamente al silenzio. Sentire la mia libertà di espressione censurata da tribunali che intimidiscono e che applicano sfacciatamente criteri politici".

"Ogni giorno, ogni ora sentivo la mia libertà limitata da minacce giudiziarie arbitrarie. Non mi sentivo libera. Non mi riconoscevo. In queste ultime settimane ho vissuto dentro una prigione interna. L’esilio sarà duro, ma è l’unica forma che ho di recuperare la mia voce politica. Di sollevarmi contro il governo del Partito Popolare, che perseguita chi vota e che castiga chi intende cambiare ciò che è prestabilito. Un governo disposto a rinunciare allo stato di diritto e alle libertà civili per i suoi obiettivi politici".

"Ho una figlia, Agnese. L’esilio mi permetterà di esserci di più come madre, e lo merita molto".

"Vi voglio dire un’ultima cosa: non lasciate che il rancore si impadronisca di voi. L’analisi di una realtà antidemocratica e profondamente ingiusta non deve cedere il passo al risentimento. Contro nessuno. Contro niente. Solo a partire dal rispetto e dall’amore verso tutti i cittadini e tutte le opinioni costruiremo cambiamenti radicali e profondi. Solo dal lavoro comune otterremo una Repubblica per tutti. Come dice Oriol Junqueras: ‘In questi giorni che verranno rimanete forti e uniti, trasformate l’indignazione in coraggio e perseveranza. La rabbia in amore. Pensate sempre agli altri, a  quello che dobbiamo ricostruire. Perseverate perché io persevererò’. Questo è quello che faremo, Oriol. Vi scrivo, ora sì,  con libertà e sincerità. Viva la libertà, la giustizia, l’uguaglianza e la fraternità. Viva una Repubblica Catalana per tutti".

 




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INDIPENDENTISMO E LIBERTÀ D’ESPRESSIONE. Spagna: una questione di giustizia irrisolta e multiforme

AFFARI INTERNAZIONALI
3 Maggio 2018
 
ELENA MARISOL BRANDOLINI
 
Da alcuni mesi, in Spagna la giustizia occupa la scena mediatica. È successo con la vicenda catalana, in cui il ricorso ai tribunali e alla legalità ha sostituito la politica fin dal principio. Poi si è compreso che si trattava solo della punta dell’iceberg e quello che c’era sotto è venuto a galla un po’ alla volta. Si è visto allora che la giustizia spagnola presenta vari problemi.

Sul piano della legislazione, come dimostra il recente caso della sentenza nei confronti degli uomini della ‘Manada’, autori di violenza sessuale, ma puniti per il reato di abuso, differenza prevista nel codice penale. O nella legislazione anti-terrorista, che ha così tanto ampliato il campo di applicazione per cui ora “tutto è Eta”: una rissa da bar che coinvolge due poliziotti della Guardia Civil, la canzone di un rapper, l’interruzione del transito su un’autostrada. Sul terreno dell’ordinamento, con istituti come l’Audiencia Nacional erede del tribunale franchista e quindi inesistente altrove. Su quello infine della debole separazione fra i poteri dello Stato, con una tendenza alla ‘giudiziarizzazione’ della politica e con il rischio di farne il mezzo di competizione tra i partiti della destra spagnola.

A farne le spese è la libertà d’espressione

A farne le spese è la libertà di espressione che la sezione spagnola di Amnesty International segnala essersi ridotta. Perciò la censura si allarga, rasentando il ridicolo nel sequestro di fischietti e magliette di colore giallo nella finale di calcio della Copa del Rey. A farne le spese sono le persone che rischiano il carcere, stanno per finirci o ci sono da tempo, imputate di delitti che non hanno commesso.

E’ il caso di rappers, utenti delle reti sociali, comici, militanti di movimenti. E’ il caso dei nove prigionieri politici catalani in regime di carcerazione preventiva: Oriol Junqueras, Dolors Bassa, Carme Forcadell, Quim Forn, Raül Romeva, Josep Rull, Jordi Turull,  e i Jordis, Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, leader del movimento indipendentista, in cella da oltre sei mesi per avere convocato una manifestazione sotto il dipartimento di Economia.

Contro l’indipendentismo, il giudice istruttore Llarena del Tribunal Supremo ha costruito un vero e proprio teorema accusatorio, teso a dimostrare l’uso della violenza nei fatti occorsi nell’autunno 2017, per cui 13 dei 25 imputati nella macro-causa lo sono per ribellione, delitto punito con 25-30 di carcere. La violenza, pur se non esercitata direttamente dagli accusati, sarebbe quella da questi indotta nel comportamento della polizia spagnola il giorno del referendum per farne rispettare il divieto, o quella che si sarebbe potuta determinare per la presenza intimidatoria di un grande assembramento di persone il 20 settembre. Un’imputazione per un delitto inesistente, a detta di diversi giuristi stranieri e di alcuni spagnoli; contestata da Amnesty International che critica il regime di carcerazione preventivo in cui si trovano i Jordis. Per la semplice ragione che è mancante del suo presupposto, la violenza appunto, poiché il movimento indipendentista catalano è sempre stato pacifico e di massa.

La processione dei capi d’accusa

Tanto che la giustizia spagnola starebbe meditando un’eventuale riconsiderazione di questa imputazione attribuita ad alcuni degli esiliati, fino a sostituirla con l’accusa di sedizione, che prevede pene inferiori. Questo, in attesa di riuscire a dimostrare il delitto di malversazione di fondi pubblici, di cui sono accusati tutti i componenti dell’ex-governo per il referendum. Considerando che la Generalitat aveva il bilancio controllato dal governo spagnolo fin dal 2015 e commissariato negli ultimi giorni del settembre scorso. Contraddizione che ha aperto un inedito conflitto tra il ministro del Tesoro Montoro, che deve mostrarsi commissario efficiente, e il giudice Llarena, che teme di vedere compromesso l’altro aspetto del suo impianto processuale.

Per entrambi i delitti la giustizia spagnola ha infatti chiesto l’estradizione degli imputati esiliati: di Carles Puigdemont, prima a Bruxelles e ora in libertà condizionata in Germania, di Clara Ponsatí in libertà condizionata nel Regno Unito, di Toni Comín in libertà condizionata a Bruxelles e di Marta Rovira rifugiatasi in Svizzera, imputati di ribellione; di Lluís Puig e Meritxell Serret a Bruxelles accusati di malversazione; mentre per Anna Gabriel non c’è richiesta di estradizione dalla Svizzera, perché imputata di disobbedienza.

Il movimento indipendentista si è sempre appellato a una mediazione europea senza successo, perché la Commissione ha continuato a sostenere che si tratta di una questione interna allo Stato spagnolo. La strategia di Puigdemont è stata quella d’internazionalizzare il conflitto, per evidenziare il carattere politico della persecuzione giudiziaria. Il suo arresto in Germania e quello successivo di altri cinque dirigenti dell’indipendentismo hanno suscitato più di una perplessità nelle opinioni pubbliche europee e sui media internazionali. Il tribunale tedesco non ha riconosciuto gli estremi di violenza per l’estradizione di Puigdemont; la giustizia britannica si è presa del tempo per esaminare le carte relative all’imputata Ponsatí; in Belgio, la giustizia sta istruendo la richiesta relativa agli altri imputati; la Svizzera ha già detto che non concederà estradizioni per ragioni politiche. E il Comitato dei Diritti Umani dell’Onu, sollecitato da Jordi Sánchez perché era stato impedito a presentarsi come candidato a president della Generalitat, raccomanda che ne siano garantiti i diritti politici. Una vicenda tutta spagnola su cui peserà il giudizio di almeno altri quattro paesi europei.
 
 




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Catalogna, niente estradizione per Puigdemont: il giudice ritira il mandato di cattura internazionale

L'ex presidente avrà libertà di movimento in tutto il mondo, ma non potrà rientrare a Barcellona: in polemica con la magistratura tedesca, che aveva respinto l'accusa di ribellione, il Tribunale supremo spagnolo rinuncia a farsi consegnare il leader indipendentista per non doverlo giudicare solo per il reato di malversazione 


REPUBBLICA
19-07-2018
 
di ALESSANDRO OPPES
 
Estradizione? No, grazie. Pur di non dover sottostare al diktat della giustizia tedesca - che nei giorni scorsi aveva ritenuto legittima solo l’accusa di malversazione respingendo quella, ben più grave, di ribellione (reato punibile in Spagna con 30 anni di carcere) – il giudice del Tribunale Supremo di Madrid, Pablo Llarena, ha deciso di ritirare il mandato di cattura internazionale nei confronti dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont e di altri cinque dirigenti separatisti riparati all’estero. Resta in vigore, invece, l’ordine di detenzione all’interno del territorio spagnolo.
 
Questo significa che Puigdemont, attualmente in libertà in Germania, avrà d’ora in poi completa libertà di movimento in tutto il mondo ma non potrà rientrare a Barcellona. E come lui gli ex assessori Toni Comín, Meritxell Serret, Lluis Puig e Clara Ponsatí e l’ex segretaria generale di Esquerra Republicana, Marta Rovira. Il giudice Llarena sceglie dunque l’unica soluzione che, al momento, gli consente di non dover rimettere in discussione tutto l’impianto accusatorio formulato in questi mesi (a partire dall’ottobre scorso, quando il Parlament de Catalunya approvò la dichiarazione d’indipendenza) contro tutto lo stato maggiore del movimento secessionista. Se Puigdemont fosse stato consegnato a Madrid dalle autorità tedesche, la magistratura spagnola avrebbe potuto prendere in considerazione solo l’ipotesi accusatoria riconosciuta come ammissibile dal tribunale dello Schleswig-Holstein, cioè quella di malversazione di fondi pubblici (l’eventualità che l’ex presidente abbia utilizzato denaro delle casse della Generalitat, l’amministrazione regionale, per organizzare il referendum secessionista dello scorso 1 ottobre, dichiarato illegale dal Tribunale costituzionale spagnolo). In questo caso, trattandosi di un reato minore, non solo sarebbe stato improponibile ipotizzare una carcerazione preventiva per Puigdemont.
 
 
Ma con ogni probabilità Llarena avrebbe dovuto rimettere in libertà anche tutti gli altri dirigenti indipendentisti che sono in cella (prima nella regione madrilena, ora trasferiti da poco in carceri catalane) arrestati tra l’ottobre e il gennaio scorsi. Dall’ex vice-presidente Oriol Junqueras ai due “Jordis” (gli ex presidenti dei movimenti della società civile catalana Anc e Omnium Cultural, Jordi Sànchez e Jordi Cuixart), agli ex responsabili degli Esteri e degli Interni del Govern, Raül Romeva e Joaquim Forn, oltre al candidato alla presidenza della regione Jordi Turull, arrestato 24 ore dopo aver perso il voto di investitura parlamentare.
 
Niente libertà, invece, per tutti loro: proprio oggi la procura ha respinto l’ipotesi di scarcerazione, mantenendo lo stesso criterio seguito ai tempi del governo conservatore di Mariano Rajoy, nonostante l’arrivo in queste settimane di una nuova procuratrice generale dello Stato, Maria José Segarra, nominata su proposta dell’esecutivo socialista di Pedro Sánchez.
 




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IL CASO PUIGDEMONT: LA "PROVA DEL FUOCO" DEL MANDATO D'ARRESTO EUROPEO

 
DIRITTO PENALE CONTEMPORANEO
 
4 luglio 2018 |
Luigi Foffani
 
 
 
Per leggere la decisione dell'OLG del 5 aprile 2018, clicca qui.
Per leggere la decisione definitiva dell'OLG del 12 luglio 2018, clicca qui.
 
1. La mattina del 25 marzo 2018 Carles Puigdemont, ex-Presidente della Generalitat de Catalunya, viene fermato alla guida di un automobile su un’autostrada dello Schleswig-Holstein, pochi chilometri dopo l’ingresso nel territorio della Repubblica Federale Tedesca. Puigdemont – che risiedeva a Bruxelles dal 28 ottobre 2017, per sfuggire al mandato di cattura del Tribunal Supremo spagnolo – si era recato in Danimarca per una conferenza e stava rientrando in Belgio attraverso la Germania. Contro di lui viene emessa una richiesta di mandato d’arresto europeo (MAE) per i delitti di “ribellione” (“rebelión”: art. 472 CP esp) e peculato (“malversación de caudales públicos”: art. 432 e 252 CP esp).

L’Oberlandsgericht dello Schsleswig-Holstein, con la decisione del 5 aprile 2018 respinge senza esitazione la richiesta di mandato d’arresto europeo per quanto riguarda il delitto di “rebelión”: tale delitto infatti non ricade in alcun modo nel “campo d’applicazione del mandato d’arresto europeo” descritto dall’art. 2 della Decisione quadro del 13 giugno 2002 “relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri” (2002/584/GAI) ed anche la richiesta di estradizione appare a prima vista inammissibile per la mancanza di una “beiderseitige Strafbarkeit” (“doppia incriminazione”).

Diversamente invece non sarebbe inammissibile – secondo l’OLG Schleswig-Holstein – la richiesta di mandato d’arresto europeo in relazione al secondo delitto (peculato, “malversación de caudales públicos”, “Veruntreuung öffentlicher Gelder”), che sarebbe riconducibile alla fattispecie di corruzione richiamata dalla Decisione quadro; ma la richiesta del Tribunal Supremo spagnolo – secondo l’OLG – “non contiene una sufficiente descrizione delle circostanze, sulla base delle quali il reato sarebbe stato commesso, con una necessaria concretizzazione del rimprovero penale, che renda possibile la sua riconducibilità al comportamento addebitato all’imputato. […] Non è chiaro peraltro se lo Stato sia stato realmente gravato di questi costi, nella misura in cui questi siano stati effettivamente pagati con fondi del bilancio regionale e se l’imputato abbia occasionato queste spese”.

La decisione dell’OLG Schleswig-Holstein risulta pienamente corretta e convincente, sulla base della disciplina europea e nazionale del mandato d’arresto europeo e dell’estradizione.
 
2. Quanto al primo e più importante punto (il supposto delitto di “rebelión”) è del tutto evidente l’inesistenza in concreto del requisito della “doppia incriminazione” (“beiderseitige Strafbarkeit”, “double criminality”), necessario per dar corso alla richiesta di estradizione ai sensi del § 3 comma 1 della legge sulla cooperazione giudiziaria internazionale in materia penale (Gesetz über die Internationale Rechtshilfe in Strafsachen, IRG).

Il comportamento tenuto da Puigdemont e dagli altri leader indipendentisti durante tutto il percorso politico-istituzionale che ha portato al referendum dell’1 ottobre 2017 e alla successiva dichiarazione unilaterale di indipendenza del 27 ottobre sarebbe infatti – sulla base di una ipotetica applicazione al caso in esame del diritto tedesco – penalmente irrilevante. Il delitto di “Hochverrat gegen den Bund” (“alto tradimento contro lo Stato federale”) – punito dal § 81 StGB con l’ergastolo o con una pena detentiva non inferiore a 10 anni – richiede infatti che si sia concretamente perseguita la separazione di una parte del territorio nazionale “con violenza o tramite minaccia di violenza” (“mit Gewalt oder durch Drohung mit Gewalt”). L’OLG Schleswig-Holstein richiama correttamente la giurisprudenza del Bundesgerichtshof tedesco, che richiede per l’applicazione in concreto di una così grave fattispecie incriminatrice – ed anche della molto più lieve ipotesi della “violenza contro un organo costituzionale” (“Nötigung eines Verfassungsorgans“: § 105 comma 1 StGB) – che la violenza impiegata o minacciata dai rivoltosi abbia concretamente annullato la libertà di decisione nel caso specifico dell’organo costituzionale destinatario della violenza. Un’ipotesi che – come correttamente rileva l’OLG Schleswig-Holstein – mai si è concretamente verificata durante il processo indipendentista dei mesi scorsi, né nei confronti del Parlamento catalano, né nei confronti delle Cortes spagnole.

Ma a ben vedere anche sulla base del diritto spagnolo – che l’OLG Schleswig-Holstein non prende in considerazione, in quanto una simile analisi non rientrava nelle sue competenze – l’imputazione formulata dal Tribunal Supremo spagnolo risulta del tutto inverosimile. Il delitto di “rebelión[1] (art. 472 e 473 CP) punisce infatti con una pena elevatissima (reclusione da 25 a 30 anni, poiché il Tribunal Supremo contesta a Puigdemont e agli altri imputati l’aggravante di aver “distratto i fondi pubblici dalla loro legittima destinazione”) “los que se alzaren violenta y públicamente para cualquiera de los fines siguientes” (“coloro che si sollevino violentemente e pubblicamente per qualsiasi delle seguenti finalità”), fra le quali finalità viene prevista espressamente “declarar la indepedencia de una parte del territorio nacional” (art. 472 n. 5° CP esp.).

L’unico elemento di questo gravissimo delitto che possa ragionevolmente ritenersi integrato dal processo indipendentista catalano è l’evento, ossia la dichiarazione unilaterale di indipendenza del 27 ottobre 2017, in esecuzione del risultato del referendum dell’1 ottobre (dichiarato preventivamente illegittimo dal Tribunal constitucional). È indiscutibile dunque l’esistenza della finalità tipica del delitto di “rebelión” a carico di Puigdemont e degli altri imputati, ma è altrettanto evidente l’assoluta inesistenza della condotta materiale tipica di tale grave delitto e soprattutto di un qualsivoglia nesso di causalità fra la condotta e l’evento che rappresentava l’obiettivo di tale illecita finalità.
L’art. 472 descrive la condotta tipica come il fatto di “alzarse violenta y públicamente” per conseguire una delle finalità penalmente rilevanti della “rebelión” (quale appunto la separazione della Catalunya dallo Stato spagnolo). In realtà chiunque sia stato in Catalunya nei mesi scorsi ha potuto rilevare il carattere assolutamente pacifico del processo indipendentista: l’unica violenza è stata quella delle ripetute cariche di polizia dell’1 ottobre per tentare di impedire l’esercizio del voto in quello che il Governo spagnolo ed il Tribunal constitucional avevano definito come un referendum illegale e incostituzionale.

Ma quand’anche si fossero verificate delle manifestazioni pubbliche di violenza nelle settimane e nei mesi antecedenti al referendum e alla successiva dichiarazione unilaterale di indipendenza, e quand’anche si potesse dimostrare la riconducibilità degli atti di violenza alle decisioni assunte dall’ex Presidente della Generalitat e dalla cupola dei partiti e movimenti indipendentisti – come tenta di dimostrare il provvedimento del Tribunal Supremo spagnolo – ciò che comunque sarebbe inesistente ed indimostrabile sarebbe il nesso di causalità fra gli atti di violenza (condotta tipica del delitto di “rebelión”) e l’evento rappresentato dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna. Quest’ultima infatti è derivata da un voto espresso dalla maggioranza del Parlamento catalano il 27 ottobre 2017 in esecuzione del risultato del referendum dell’1 ottobre e la maggioranza in questione era esattamente quella corrispondente ai seggi conseguiti dai partiti indipendentisti alle ultime elezioni catalane. I partiti indipendentisti (Junts x sì e CUP) avevano espressamente dichiarato già in campagna elettorale l’intendimento di giungere a promuovere un referendum sull’indipendenza, nonostante la ferma e reiterata opposizione del Governo spagnolo e le prese di posizione in senso contrario del Tribunal constitucional. Il voto del Parlamento catalano del 27 ottobre 2017 è null’altro che la naturale e fedele conseguenza delle elezioni catalane del 27 settembre 2015, per nulla influenzato dalle ipotetiche manifestazioni di violenza che il Tribunal Supremo spagnolo imputa all’azione politica dell’allora Presidente della Generalitat e degli altri leader indipendentisti.

In conclusione, dunque, del delitto di “rebelión” previsto dal Codigo penal spagnolo può essere contestata a Puigdemont e agli altri imputati solo ed esclusivamente la finalità – dichiarata pubblicamente, perseguita con coerenza ed infine conseguita, sia pure in termini assolutamente effimeri e più simbolici che reali – di separare la Catalogna dallo Stato spagnolo. Troppo poco, evidentemente, per ritenere integrati gli elementi costitutivi di un gravissimo delitto che il legislatore spagnolo aveva pensato e descritto con riferimento a vicende di tutt’altra natura, come un tentativo di colpo di stato, un’insurrezione armata, un sollevamento di gruppi militari o paramilitari[2], ecc.

È vero che il delitto di “rebelión” è stato costruito dal legislatore spagnolo come una fattispecie a dolo specifico, che non richiede la realizzazione materiale della finalità secessionista; ma è altrettanto evidente che – se non si vuole cadere nella deriva di un “Gesinnungsstrafrecht” di matrice chiaramente autoritaria – la consumazione di un reato di tale gravità non può non presupporre una condotta violenta non solo soggettivamente indirizzata, ma anche oggettivamente idonea, a realizzare la predetta finalità secessionista.

Mutatis mutandis, sarebbe come se i consigli regionali di Lombardia e Veneto, anziché assumere alcuni mesi or solo la legittima iniziativa di un referendum popolare per promuovere una maggiore autonomia delle rispettive Regioni, avessero voluto organizzare un referendum per la secessione dallo Stato italiano: la reazione delle autorità governative statali sarebbe stata verosimilmente quella di promuovere un conflitto di attribuzioni fra i poteri dello Stato davanti alla Corte costituzionale; ma certo a nessun ufficio di procura sarebbe venuto in mente di promuovere un’azione penale per “attentato contro organi costituzionali o contro le assemblee regionali” ex art. 289 c.p. o addirittura un’“insurrezione armata contro i poteri dello Stato” ex art. 284 c.p. Ciò che è avvenuto in Spagna, viceversa, è stata una repentina criminalizzazione del conflitto politico-territoriale catalano attraverso un uso assai discutibile e spregiudicato dello strumento penale.

L’evidente forzatura interpretativa della ricostruzione operata dal Tribunal Supremo spagnolo è verosimilmente alla base di ciò che l’OLG dello Schleswig Holstein non scrive nella propria decisione, ma sembra implicitamente ritenere: il venir meno nella vicenda in esame del principio della fiducia reciproca fra gli ordinamenti che è alla base della Decisione quadro sul mandato d’arresto europeo e di tutto il sistema della cooperazione giudiziaria europea e la convinzione (anch’essa implicita) che in Spagna non vi sarebbero oggi le condizioni per un giusto processo (“fair trial”) nei confronti di Puigdemont per il delitto di “rebelión”. Una convinzione implicita che trova conferma nel fatto che da molti mesi numerosi esponenti del decaduto Governo catalano ed altri leader indipendentisti si trovino in custodia preventiva per la medesima contestazione del delitto di “rebelión”.
 
3. Quanto infine al secondo punto della decisione dell’Oberlandsgericht dello Schleswig Holstein, suscita perplessità l’affermazione – sostenuta nella richiesta di mandato d’arresto europeo avanzata dal Tribunal Supremo spagnolo e ripresa in termini adesivi dalla decisione dell’OLG – secondo la quale il delitto di peculato (“malversación de caudales públicos”, “Veruntreuung öffentlicher Gelder”), contestato dal Giudice istruttore del Tribunal Supremo a Puigdemont e ad altri esponenti del decaduto Governo catalano, sarebbe riconducibile alla fattispecie della corruzione presente nel catalogo dei reati presupposto del mandato d’arresto europeo.

Non vale infatti sostenere che la Convenzione ONU sulla corruzione del 2003 ed altre iniziative internazionali intendono la corruzione in senso ampio ed atecnico, come comprensiva anche di altre figure di reato del settore pubblico, come appunto la “malversación de caudales públicos”. Un conto infatti è una convenzione internazionale che – nel generico intento politico di contrastare fenomeni di corruzione intesa nel senso più ampio del termine (in senso sociologico più che giuridico-penale) – chieda ai legislatori nazionali di incriminare anche altre ipotesi di reato diverse dalla specifica fattispecie della corruzione; cosa completamente diversa invece è una Decisione quadro che – comportando l’adozione di misure restrittive della libertà personale nella forma del mandato d’arresto europeo – va interpretata in senso tecnico e restrittivo in ordine al “campo d’applicazione del mandato d’arresto europeo” di cui all’art. 2 della Decisione quadro.

In ogni caso gli strumenti della cooperazione giudiziaria internazionale avrebbero comunque potuto essere utilmente attivati in forma di richiesta di estradizione, poiché sussiste senz’altro, nell’ipotesi in esame, il requisito della doppia incriminazione: la “malversación de caudales públicos” di cui agli art. 432 e 252 CP esp. – sostanzialmente equivalente alla fattispecie di peculato ex art. 314 c.p. it. – trova infatti corrispondenza nella più generale fattispecie di “Untreue” o “infedeltà patrimoniale” (§ 266 StGB), suscettibile di trovare applicazione anche nel settore pubblico in presenza di condotte di “Veruntreuung öffentlicher Gelder” (“gestione infedele di fondi pubblici”).

La richiesta del Tribunal Supremo spagnolo non trova tuttavia accoglimento – come già segnalato all’inizio di questo commento – per la carente descrizione, da parte dell’autorità richiedente, delle circostanze di fatto sulla base delle quali si sosterrebbe la responsabilità dell’imputato da estradare[3]. Un ulteriore ed evidente sintomo di quella implicita carenza di fiducia – da parte dell’autorità giudiziaria a cui è rivolta la richiesta di estradizione – circa la fondatezza dell’impianto accusatorio costruito dal Giudice istruttore del Tribunal Supremo spagnolo contro i leader del processo indipendentista.
 
4. In conclusione: dopo questa decisione interlocutoria – alla quale ha fatto seguito una rinnovata richiesta delle autorità giudiziarie spagnole, che insistono con fermezza nella pretesa di sottoporre a processo l’ex Presidente della Generalitat Carles Puigdemont – siamo in attesa della decisione definitiva dell’OLG dello Schleswig Holstein. Qualunque sarà la decisione definitiva, essa segnerà comunque una pietra miliare – in un senso o nell’altro – nella storia del mandato d’arresto europeo e della cooperazione giudiziaria europea.
 
5. Nelle more della conclusione di questo breve commento è sopraggiunta finalmente la decisione definitiva dell’OLG Schleswig-Holstein del 12 luglio 2018, che sostanzialmente conferma la decisione precedente, negando l’estradizione per il delitto di “rebelión” ed ammettendola invece per la “malversación de caudales públicos”. Una settimana più tardi – il 19 luglio – il Giudice istruttore del Tribunal Supremo Pablo Llarena ha deciso, con suo autonomo provvedimento, di rifiutare l’estradizione “dimezzata” [4] e di ritirare tutte le richieste di estradizione e di ordine d’arresto europeo nel frattempo indirizzate in Belgio, Scozia e Svizzera contro altri politici indipendentisti di primo piano rifugiatisi all’estero per sfuggire all’arresto in Spagna.

Sembra dunque chiudersi definitivamente – con un passo indietro dell’autorità giudiziaria spagnola (a malincuore e non senza considerazioni polemiche nei confronti della pronuncia della magistratura tedesca) – la partita europea e internazionale per la soluzione penale della questione independentista catalana[5] e la palla ritorna nuovamente nel campo della politica: una politica che – con nuovi attori protagonisti (tanto a Barcellona – con la Presidenza della Generalitat di Quim Torra – quanto a Madrid, dopo la caduta a sorpresa del governo di Mariano Rajoy e l’arrivo alla Moncloa di Pedro Sanchez) – tenta di riprendere – con estrema prudenza da ambo le parti, ma con qualche nuova timida speranza – la difficile via del dialogo e della ricerca di una soluzione politica condivisa alla crisi costituzionale aperta dalla domanda di indipendenza di una parte (sia pur lievemente) maggioritaria della società civile e politica catalana.
 
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[1] Sul quale v. per tutti in dottrina il recentissimo contributo di M. Cugat Mauri, La violencia como elemento del delito de rebelión, in Liber Amicorum. Estudios Juridicos en Homenaje al Prof. Dr. Dr.h.c. Juan M. Terradillos Basoco, Valencia, Tirant Lo Blanch, 2018, p. 567-582.
[2] Esempio paradigmatico fu il tentativo di colpo di stato militare che ebbe luogo il 23 febbraio 1981, nel quale una parte dell’esercito spagnolo comandato dal tenente colonnello Tejero fece irruzione nel Parlamento durante il voto di fiducia al Primo Ministro Adolfo Suarez, prendendo in ostaggio parlamentari e governo, mentre altri gruppi militari invadevano alcune strade di Valencia con carrarmati e soldati ed intendevano inviare una divisione di carristi a Madrid per occupare la capitale.
[3] Di fronte per di più a dichiarazioni pubbliche della stessa autorità governativa spagnola (l’ex Ministro delle Finanze Montoro) che a suo tempo aveva riconosciuto che per la realizzazione del referendum indipendentista catalano non erano stati impiegati fondi ricavati dal bilancio pubblico. 
[4] Probabilmente si è tenuto in conto in questa decisione il rischio che per il solo delitto di “malversación de caudales públicos” difficilmente sarebbe stato sostenibile un lungo protrarsi della custodia cautelare in carcere di Puigdemont, e che una volta liberato questi avrebbe potuto esercitare senza limiti il proprio mandato di parlamentare catalano e finanche essere nuovamente eletto come Presidente della Generalitat.
[5] V. ad es.: Llarena da por perdida la batalla europea de la rebelión, in La Vanguardia, ed. online, 19 luglio 2018. 




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Symposium: Nature and Governance – Biodiversity Data, Science, and the Policy Interface

The EU BON project which is coordinated by the Museum für Naturkunde in Berlin/Germany has started on 1 December and will continue for 4.5 years. The EU BON Kickoff Meeting will be held in Berlin from 13 to 15 February 2013.

With respect to EU BON’s objectives the International Symposium "Nature and Governance – Biodiversity Data, Science, and the Policy Interface" will be held prior to the EU BON Kickoff Meeting from 11 to 12 February in Berlin with high-ranking speakers. You are most welcome to attend the Symposium.

The Museum für Naturkunde Berlin is pleased to host this international symposium and will bring together high-ranking speakers and guests from worldwide to talk and discuss about these

Major Topics:

  • What (data) policy needs
  • The future of biodiversity information: new ways for generating, managing, and integrating biodiversity data
  • How new approaches / models can link scales and disciplines
  • Broadening the base and opening up: new ways to engage the public and stakeholders in biodiversity monitoring and assessments
  • Résumé / conclusions

For more details, please have a look at the programme page.

The 1st day of the Symposium and the reception will be held "under the dinosaurs" in the central exhibition hall of the Museum für Naturkunde in Berlin.

The 2nd day will be held in the Seminaris Conference Center in the quiet south-west of Berlin. The closing of the Symposium will be celebrated as "Come together & Ice-Breaker for EU BON Kickoff Meeting" in the nearby beautiful Large Green House of the Botanic Garden Berlin.

If you want to take part, please register at the registration page.





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Bringing big data to biodiversity

EU-funded project EU BON will build the European gateway for integrated biodiversity information

On 1st December 2012, 30 research institutions from 15 European countries, Brazil, Israel and the Philippines, and more than 30 associated partners started EU BON - "Building the European Biodiversity Observation Network". This €9 million, EU-funded research project aims to advance biodiversity knowledge by building a European gateway for biodiversity information, which will integrate a wide range of biodiversity data – both from on ground observations to remote sensing datasets – and make it accessible for scientists, policy makers, and the public.
The project plans to advance the technological platform for GEO BON (Group on Earth Observations Biodiversity Observation Network) to improve the assessment, analysis, visualisation and publishing of biodiversity information, and to enable better linkages between biodiversity and environmental data. EU BON will ensure a timely provision of integrated biodiversity information needed to meet the global change challenges and to contribute for next generation environmental data management at national and regional levels.
"Global problems arising from rapidly changing environmental conditions and biodiversity loss require internationally coordinated solutions" said the project coordinator Dr. Christoph Häuser from the Museum für Naturkunde – MfN, in Berlin, Germany. "Current biodiversity observation systems and environmental data are unbalanced in coverage and not integrated, which limits data analyses and implementation of environmental policies. A solution seems impossible without real integration of biodiversity data across different spatial, temporal, and societal scales", added Dr Häuser.
EU BON will deliver several important products, including a European integrated biodiversity portal, a roadmap for EU citizen sciences gateway for biodiversity data, an open data publishing and dissemination framework and toolkit, a policy paper on strategies for data mobilisation and use in conservation, a prototype of integrated, scalable, global biodiversity monitoring schemes, strategies for EU-integrated national and regional future biodiversity information infrastructures, and a sustainability plan for regional and global biodiversity information network.
The cooperation for data integration between biodiversity monitoring, ecological research, remote sensing and information users will result in proposing a set of best-practice recommendations and novel approaches with applicability under various environmental and societal conditions. A key task of EU BON is to harmonise future biodiversity monitoring and assessments and to engage wider society groups, such as citizen scientists and other communities of practise.
Although focussing primarily on European biodiversity and collaborating with major EU initiatives (e.g. LifeWatch and others), EU BON will also collaborate closely with worldwide efforts such as GEO BON, GBIF, the Convention on Biological Diversity (CBD), the Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) and others. EU BON will be a valuable European contribution to the Global Earth Observation System of Systems (GEOSS), and be built on the GEO principles of open data sharing.
The kick-off meeting of EU BON will take place on 13-15 February 2013 at the Museum für Naturkunde – MfN in Berlin, Germany and will be preceded by a symposium "Nature and governance: biodiversity data, science and policy interface" on 11-12 February 2013.

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Additional information
EU BON (2012) stands for "Building the European Biodiversity Observation Network" and is an European research project, financed by the 7th EU framework programme for research and development (FP7). EU BON seeks ways to better integrate biodiversity information and implement into policy and decision-making of biodiversity monitoring and management in the EU.
GEO BON stands for "Group on Earth Observations Biodiversity Observation Network". It coordinates activities relating to the Societal Benefit Area (SBA) on Biodiversity of the Global Earth Observation System of Systems (GEOSS). Some 100 governmental, inter-governmental and non-governmental organisations are collaborating through GEO BON to organise and improve terrestrial, freshwater and marine biodiversity observations globally and make their biodiversity data, information and forecasts more readily accessible to policymakers, managers, experts and other users. Moreover, GEO BON has been recognized by the Parties to the Convention on Biological Diversity. More information at: http://www.earthobservations.org/geobon.shtml.
GEOSS stands for Global Earth Observation System of Systems, built by the Group on Earth Observations (GEO). GEO is constructing GEOSS on the basis of a 10-Year Implementation Plan for the period 2005 to 2015. The Plan defines a vision statement for GEOSS, its purpose and scope, expected benefits, and the nine "Societal Benefit Areas" of disasters, health, energy, climate, water, weather, ecosystems, agriculture and biodiversity.

 





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The Norwegian Biodiversity Information Centre joins EU BON

The news about the new partnership has been officially disseminated through the website of the Norwegian Biodiversity Centre. The news piece discusses the importance of EU BON  in the classification of biodiversity data and the experience and technology that the new partnership brings to it.
The article quotes the EU BON project as "the only EU project of its kind with a main purpose is to build an infrastructure that improves the exchange and dataflow throughout Europe." More can be found at: http://www.biodiversity.no/ArticleList.aspx?m=34&amid=11718
The news about the partnership has been also picked up by the English language Norwegian Source for science news ScienceNordic.
Earlier on the visibility and the popularity of the EU BON project have been also enhanced by a publication of the first newsletter by the Estonian science news website eBiodiversity, with credit given to the ambitious project aiming to build an European gateway for integrated biodiversity information.




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International biodiversity data symposium to mark the kickoff of the EU BON project

The EU BON project is pleased to announce the International Symposium "Nature and Governance – Biodiversity Data, Science, and the Policy Interface", which was held in Berlin from 11 to 12 February. The symposium aimed at clarifying and popularizing EU BON's objectives prior to the official EU BON Kick-off Meeting held from 13 to 15 February 2013.

The symposium was hosted by the Museum für Naturkunde Berlin and brought together high-ranking speakers and guests from across the world to talk and discuss the different aspects of the EU BON Project. Among the main issues covered was the future of biodiversity information, the challenges in front of new data policies, new approaches in collecting information, and ways to engage the public in biodiversity monitoring and assessments.

The EU BON project was started on 1 December, 2012, and will continue for 4.5 years. The aim of EU BON is to build a substantial part and contribute to the Group on Earth Observation's Biodiversity Observation Network (GEO BON), through an innovative approach of integration of biodiversity information systems. The project, built as an answer to the need of a new integrated biodiversity data, will facilitate access to this knowledge and will effectively improve the work in the field of biodiversity observation in general.

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For more information on the symposium and the events planned, please visit our programme page.

All interested parties are most welcome to attend the symposium or to follow it on Twitter, Facebook, or Google+.

Additional information

EU BON (2012) stands for "Building the European Biodiversity Observation Network" and is a European research project, financed by the 7th EU framework programme for research and development (FP7). EU BON seeks ways to better integrate biodiversity information and implement into policy and decision-making of biodiversity monitoring and management in the EU.

GEO BON stands for "Group on Earth Observations Biodiversity Observation Network". It coordinates activities relating to the Societal Benefit Area (SBA) on Biodiversity of the Global Earth Observation System of Systems (GEOSS). Some 100 governmental, inter-governmental and non-governmental organisations are collaborating through GEO BON to organise and improve terrestrial, freshwater and marine biodiversity observations globally and make their biodiversity data, information and forecasts more readily accessible to policymakers, managers, experts and other users. Moreover, GEO BON has been recognized by the Parties to the Convention on Biological Diversity. More information at: http://www.earthobservations.org/geobon.shtml.





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EU BON featured in the January newsletter of the The Global Biodiversity Information Facility (GBIF)

The news about the International Symposium "Nature and Governance – Biodiversity Data, Science, and the Policy Interface" and the official EU BON Kickoff Meeting has been reflected in the January newsletter of the The Global Biodiversity Information Facility (GBIF).

GBIF only features high end biodiversity news and major projects. EU BON project summary is placed in the collaborations section of the newsletter and the two events are included in the Upcoming Events, pointed out to the readers' attention.

To view the GBIF newsletter for January, please go to: http://www.gbif.org/communications/resources/newsletters/, or see the newsletter PDF attached below.





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Stellenausschreibung: Wissenschaftliche/r Mitarbeiter/in für das EU BON Projekt am Museum für Naturkunde Berlin

Job alert: Research assistant at Museum für Naturkunde Berlin
The Museum für Naturkunde, Berlin offers a job opportunity with the EU BON project (WP1+WP2 tasks) - fluency in German is a must!
The position is set for a two-year contract with a possibility for further extensions.
More information about the position, the application process and job requirements is available below and in the document attached.
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Zur Unterstützung der Beteiligung des MfN an EU BON ist am Museum für Naturkunde Berlin zum nächstmöglichen Zeitpunkt eine vorerst auf 2 Jahre befristete (mit der Option der Verlängerung)
Position eines/einer Wissenschaftlichen Mitarbeiters/in mit 75% der regelmäßigen wöchentlichen Arbeitszeit Entgeltgruppe E13 TV-L Berlin zu besetzen
Aufgabengebiete:
Wissenschaftliche Mitarbeit und eigenständige Durchführung spezifischer Aufgaben innerhalb des EU BON Projektes, vor allem innerhalb der Arbeitspakete 1 (Datenquellen) und 2 (Datenintegration), i.b.
- Datenrecherche und Erstellung von Übersichten für EU BON relevanter Daten- und Informationsquellen;
- Bewertung und Lückenanalyse bestehender Datenbanken und Informationssysteme zur Biodiversität;
- Harmonisierung, Aktualisierung und Koordinierung taxonomischer Referenz-Datenbanken i.b. für Europa;
- Unterstützung der Einführung und Verbesserung von Datenstandards zur Verbesserung der Integration und Interoperabilität unterschiedlicher Datenebenen
- Mitwirkung bei Erprobung neuer Datenerhebungsansätze und –verfahren, auch im Gelände
- Planung und Durchführung von Projekttreffen und -veranstaltungen
- Erstellung von Ergebnisberichten und wissenschaftlichen Präsentationen / Veröffentlichungen.

Bewerbungsschluss:  28.02.2013




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Data paper describes Antarctic biodiversity data gathered by 90 expeditions since 1956

Huge data encompassed into a unique georeferenced macrobenthic assemblages database

A new peer-reviewed data paper offers a comprehensive, open-access collection of georeferenced biological information about the Antarctic macrobenthic communities. The term macrobenthic refers to the visible-for-the-eye organisms that live near or on the sea bottom such as echinoderms, sponges, ascidians, crustaceans. The paper will help in coordinating biodiversity research and conservation activities on species living near the ocean bottom of the Antarctic.
The data paper "Antarctic macrobenthic communities: A compilation of circumpolar information", published in the open access journal Nature Conservation, describes data from approximately 90 different expeditions in the region since 1956 that have now been made openly available under a CC-By license. The paper provides unique georeferenced biological basic information for the planning of future coordinated research activities, for example those under the umbrella of the biology program Antarctic Thresholds – Ecosystem Resilience and Adaptation (AnT-ERA) of the Scientific Committee on Antarctic Research (SCAR). The information collected could be also beneficial for current conservation priorities such as the planning of Marine Protected Areas (MPAs) by the Commission for the Conservation of Antarctic Marine Living Resources (CCAMLR).
The expeditions were organised by several famous explorers of the Antarctic. The area covered by the paper consists of almost the entire Southern Ocean, including sites covered by a single ice-shelf. The vast majority of information is from shelf areas around the continent at water depth shallower than 800m. The information from the different sources is then attributed to the classified macrobenthic assemblages. The results are made publicly available via the "Antarctic Biodiversity Facility" (data.biodiversity.aq).
A specific feature of this paper is that the manuscript was automatically generated from the Integrated Publishing Toolkit of the Antarctic Node of the Global Biodiversity Information Facility (AntaBIF IPT) and then submitted to the journal Nature Conservation through a novel workflow developed by GBIF and Pensoft Publishers. (see previous press release). Data are made freely available through the AntaBIF IPT, and sea-bed images of 214 localities through the data repository for geoscience and environmental data, PANGAEA- Data Publisher for Earth and Environmental Science (sample: http://doi.pangaea.de/10.1594/PANGAEA.198682).

Speaking from on board the research vessel 'Polarstern', the paper's lead author Prof. Julian Gutt of the Alfred Wegener Institute Helmholtz Centre for Polar and Marine Research, Germany commented:
"The most important achievement of this paper is that data collected over many years and by various institutions are now not only freely available for anyone to download and use, but also properly described to facilitate future work in re-using the data. The Data Paper concept is certainly a great approach that multiplies the effect of funds and efforts spent by generations of scientists."
The data will also be used for a comprehensive Biogeography Atlas of the Southern Ocean project to be released during the XI SCAR Biology Symposium in Barcelona July 2013.
SOURCE: EurekAlert!




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The Future of Botanical Monography: Report from an international workshop, 12–16 March 2012, Smolenice, Slovak Republic

Monographs are fundamental for progress in systematic  botany. They are the vehicles for circumscribing and naming taxa, determining distributions and ecology,  assessing  relationships for formal classification, and interpreting long-term  and short-term  dimensions of the evolutionary process. Despite their importance, fewer monographs are now being prepared by the newer generation  of systematic  botanists, who are understandably involved principally with DNA data and analysis, especially for answering  phylogenetic, biogeographic, and population  genetic questions.  As monographs provide  hypotheses regarding species  boundaries and plant relationships, new insights  in many plant groups  are urgently  needed.  Increasing  pressures  on biodiversity, especially in tropical and developing regions of the world, emphasize this point. The results from a workshop (with 21 participants) reaffirm  the central role that monographs play in systematic  botany. But, rather than advocating abbreviated models  for monographic products,  we recommend a full presentation of relevant  information. Electronic  publication offers numerous  means of illustration of taxa, habitats, characters, and statistical and phylogenetic analyses, which previously  would have been prohibitively costly. Open Access and semantically enhanced  linked electronic  publications provide instant access to content from anywhere  in the world, and at the same time link this content to all underlying data and digital resources  used in the work.  Resources  in support  of monography, especially  databases  and widely  and easily  accessible  digital  literature and specimens, are now more powerful  than ever before, but interfacing and interoperability of databases  are much needed. Priorities  for new resources  to be developed  include an index of type collections and an online global chromosome database. Funding  for sabbaticals for monographers to work uninterrupted on major projects  is strongly  encouraged. We recommend that doctoral  students  be assigned  smaller  genera,  or natural  portions  of larger  ones (subgenera, sections,  etc.), to gain the necessary expertise for producing a monograph, including training in a broad array of data collection (e.g., morphology, anatomy, palynology, cytogenetics, DNA techniques, ecology, biogeography), data analysis (e.g., statistics,  phylogenetics, models), and nomenclature. Training programs, supported by institutes, associations, and agencies, provide means for passing on procedures and perspectives of challenging botanical  monography to the next generation  of young systematists.

Source: Crespo, A., Crisci, J.V., Dorr, L.J., Ferencová, Z., Frodin, D., Geltman, D.V., Kilian, N., Linder, H.P., Lohmann, L.G., Oberprieler, C., Penev, L., Smith, G.F., Thomas, W., Tulig, M., Turland, N. & Zhang, X.-C. 2013. The Future of Botanical Monography: Report from an international workshop, 12–16 March 2012, Smolenice, Slovak Republic. Taxon 62: 4–20.




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Job alert: Two positions at Estación Biológica de Doñana (Spain)

Estación Biológica de Doñana seeks applicants for two positions with the following profiles.
 
1. Telecommunication Engineer or similar to work in the EU project Building the European Biodiversity Observation Network (EU BON)
The main tasks will be:
To validate the application of data architecture to data from testing sites, looking for accessibility to stakeholders.
To assist validate EUBON tools for the analysis and interpretation of data from the web server.
Candidate should catalyze the understanding between informatics and biologists, understanding data architecture, protocols for data warehouse and metadata registry and catalogue while keeping the ability of understanding requirements from both scientist and managers. Previous professional experience on biodiversity datasets, systematic protocols of data entrance (e.g. cybertracker software), data management (e.g. mysql), data mining and data patterns (e.g. Clementine software, neural networks) and web portals will be valued.
Period: Abril 2013- December 2016
Salary: 40000-45000 € per year before taxes
Candidates should send a curriculum vitae and contact details of two referencence persons to Carlos Rodríguez before March 15th.
 
2. Informatics engineer or similar to work in the EU project Building the European Biodiversity Observation Network (EU BON)
He/she will be the person in charge of data architecture that will guide the development, integration, and interoperability efforts within the project starting from the information architectures of relevant infrastructures such as GBIF; LTER, GOESS, GEOBON, LifeWatch, and INSPIRE. The architecture will highlight the relevant components of registry, portal, semantic mediation, workflows, and e-services. The task will address heterogeneity of projects and networks by ensuring that the developments of the project can be migrated to permanent infrastructures. He/she will be leading the creation of the European Biodiversity Data portal as the main GEOBON information hub. It is required to be fluent in English, being able of attend several international meetings and report the activity of the team.
Period: April 2013-February 2015
Salary: 40000-45000€ per year before taxes
Candidates should send a curriculum vitae and contact details of two reference persons to Carlos Rodríguez before March 15th.




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The European Biodiversity Observation Network

The European Biodiversity Observation Network (EU BON), a European project on biodiversity data, was launched in December 2012. The Belgian Biodiversity Platform attended the symposium connected to the EU BON kick-off meeting in Berlin, Germany, on 11-12th February 2013.
The symposium entitled ‘Nature and Governance: Biodiversity Data, Science, and the Policy Interface’ highlighted the importance of biodiversity data for policy-making and research.  The complexity of producing and collating data on an international scale involving different methods and disciplines was well illustrated. The importance of the accessibility of biodiversity data within an integrated system was well demonstrated - the sum of all contributions will in the end enable monitoring, forecasting and policy-making.
EU BON will create a substantial part of the Group on Earth’s Observation’s Biodiversity Observation Network (GEO BON) and will operate in support of biodiversity sciences and policy initiatives, such as the Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) and the Convention on Biological Diversity (CBD).
EU BON will build on existing components, such as the Global Biodiversity Information Facility (GBIF), LifeWatch infrastructures and national biodiversity data centers. As Belgian GBIF node, the Belgian Biodiversity Platform can provide an important support to the development of EU BON. The Belgian partners in the EU BON project are the Royal Museum for Central Africa (RMCA), the Royal Belgian Institute of Natural Sciences (RBINS), and the National Botanic Garden of Belgium (Botanic Garden).
We will follow with interest the development in the EU BON project and will continue publishing data through GBIF. If you would like to support this initiative by having your data published on GBIF, please contact André Heughebaert (GBIF node manager), Dimitri Brosens or Kristina Articus (Biodiversity Experts).